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Lettere personaggi famosi...

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 lett.gif da Enrico VIII a Anna Bolena


Riflettendo sul contenuto delle vostre lettere, mi sono procurato una grande agonia; non sapendo come interpretarle, se a mio svantaggio, come si può vedere in alcune righe, o a mio vantaggio in altre.
Vi scongiuro con tutto il mio cuore di Lasciarmi conoscere appieno le vostre intenzioni sul nostro amore; la necessità mi costringe a pietire da voi una risposta, essendo stato colpito da più di un anno dal dardo dell'amore, e non sapendo se ho fallito oppure ho trovato un posto nel vostro cuore e nei vostri affetti, il che mi ha certamente trattenuto per un periodo dal chiamarvi mia amante, dal momento che se VOI mi amate solo di un amore comune questo termine non vi si addice, visto che rappresenta una posizione eccezionale; ma se vi piace assolvere al dovere di una vera, leale amante e amica, e darvi anima e corpo a me, che sono stato, e sempre sarò, il vostro servitore leale (se il vostro rigore non me lo impedirà), vi prometto che non solo il nome vi sarà dovuto, ma anche che vi prenderò come mia unica amante, allontanando tutte le altre salvo voi stessa dal mio cuore e dalla mia mente, che servirà voi sola; vi prego di dare una risposta completa a questa goffa lettera, di dirmi fino a che punto e in che cosa posso sperare; e se non vi piacesse rispondermi per iscritto, di indicarmi qualche luogo dove io possa avere una risposta a voce, luogo che io cercherò con tutto il mio cuore.
Non vado oltre per paura di annoiarvi.
Scritto dalla mano di colui che vorrebbe rimanere il vostro.


Per sei anni Enrico VIII (1491/1547) è ossessionato dall'amore per Anna Bolena. Evitando prudentemente di diventare sua amante, essa lo sposa nel gennaio del 1533 con una cerimonia segreta subito dopo il divorzio da Caterina d'Aragona. Ma Enrico si stanca presto di lei e soprattutto della sua incapacità di dargli un figlio maschio. Questo segna la sua fine. Nell'anno successivo Enrico inizia a corteggiare Jane Seymour. Accusando la Bolena falsamente di incesto, adulterio e tradimento, la processa e condanna a morte nel 1536. Un mese dopo aveva già sposato Jane Seymour.

  da Franz Kafka a Felice Bauer

Praga, 20 Settembre 1912

Gentile Signorina,
Per il caso facilmente possibile che Lei possa ricordarsi più minimamente di me, mi presento un'altra volta: mi chiamo Franz Kafka e sono quello che la prima volta la salutò a Praga quella sera in casa del direttore Brod, poi le porse da un lato all'altro della tavola fotografie di un viaggio da Talia, l'una dopo l'altra, e infine con questa mano, che ora batte i tasti, tenne la Sua con la quale Lei confermò la promessa di fare con lui l'anno venturo un viaggio in Palestina. Se é ancora dell'idea di intraprendere quel viaggio.
Lei disse allora di non essere di carattere volubile né io notai qualcosa di simile in Lei, sarà non solo opportuno, ma assolutamente necessario che fin da ora cerchiamo di intenderci per questo viaggio. Dovremo infatti sfruttare fino in fondo le nostre ferie, troppo brevi per un viaggio in Palestina, e lo potremo fare soltanto se ci saremo preparati nel miglior modo possibile e se saremo d'accordo su tutti i preparativi. Devo soltanto confessare una cosa, per quanto suoni male e oltre a ciò male si adatti a quanto ho scritto: io non sono puntuale nello scrivere lettere. Anzi sarebbe peggio di quanto non sia già se non possedessi la macchina per scrivere; infatti se qualche volta il mio umore non fosse sufficiente per una lettera, ci sono in fin dei conti pur sempre le punta delle dita che possono scrivere. In compenso non mi aspetto mai che le lettere arrivino puntualmente; perfino quando ne aspetto una con ansia ogni giorno nuova, non resto mai deluso se non arriva, e quando infine arriva rimango facilmente scosso. Nell'infilare ogni foglio noto che mi sono presentato forse più difficile di quanto non sia. Ben mi starebbe se avessi commesso questo errore: infatti perché mi metto a scrivere questa lettera dopo sei ore d'ufficio e con una macchina alla quale non sono molto avvezzo? Eppure, eppure - é l'unico svantaggio dello scrivere a macchina quello di sviarsi così - se anche ci dovessero essere dubbi, dubbi pratici intendo, per prendermi in un viaggio come accompagnatore, guida, zavorra, tiranno e quello che ancora potessi diventare, contro di me in quanto corrispondente (e solo di questo si tratterebbe per il momento) non ci dovrebbe essere da fare alcuna obiezione decisa e Lei potrebbe probabilmente tentare con me.
Suo cordialmente devoto

Dott. Franz Kafka


Quando Franz Kafka (1883/1924) e Felice Bauer si incontrano in casa di Max Brod, lui ha ventinove anni e lei venticinque. E' un amore lungo e tormentato, dura dal 1912 al 1917 con fidanzamenti, rotture, riunioni e l'addio definitivo. Nel 1915, Felice su suggerimento di Kafka, offre la sua collaborazione volontaria alla Casa del Popolo ebraica per i figli degli ebrei orientali che vivevano a Berlino in condizioni estremamente precarie.

  da Guillaume Apollinaire a Lou


Nizza, 28 Settembre 1914


Avendovi detto questa mattina che vi amavo, mia vicina di ieri sera, provo ora meno vergogna a scrivervelo. L'avevo già capito quel giorno a colazione a Nizza nella città vecchia, quando i vostri grandi e begli occhi di cerbiatta mi avevano cosi turbato che me ne ero andato al più presto per evitare la vertigine che mi procuravano. E quello sguardo che rivedo dovunque, piuttosto che i vostri occhi di questa notte di cui il mio ricordo ritrova soprattutto la forma e non lo sguardo. Di questa notte benedetta ho soprattutto conservato davanti agli occhi il ricordo dell?arco teso della bocca semiaperta di giovane fanciulla, di una bocca fresca e ridente, che proferiva le cose più ragionevoli e più spirituali con un suono di voce cosi incantatore che, con lo spavento e il dispiacere in cui ci gettano i desideri impossibili, sognavo che vicino a una Luisa come voi, non avrei voluto essere nient'altro che il Taciturno*. Potessi ancora tuttavia udire una voce il cui fascino procura illusioni cosi meravigliose! Sono passate solo ventiquattro ore da questi avvenimenti e già l'amore mi prostra e mi esalta di volta in volta cosi in alto e cosi in basso che mi domando se ho già veramente amato. E io vi amo con un brivido così deliziosamente puro che ogni volta che io mi immagino il vostro sorriso, la vostra voce, il vostro sguardo tenero e malizioso mi sembra che, non dovessi più vedervi di persona, la vostra cara apparizione legata al mio cervello non smetterà mai di accompagnarmi. Come potete vedere, ho preso, ma senza volerlo, delle precauzioni da disperato, perch? dopo un minuto vertiginoso di speranza non spero più, se non che voi permettiate a un poeta che vi ama più della vita di eleggervi sua signora e di dirsi, mia vicina di ieri sera a cui bacio, le adorabili mani, il vostro appassionato servitore.


Guillaume Apollinaire


* la quarta moglie di Guglielmo il Taciturno fu Luisa di Coligny, figlia dell'Ammiraglio.
Nel 1915, a Nizza Guillaume Apollinaire (1880/1918) incontra Louise de Coligny-Chatillon, donna di gran fascino e di nobili natali, e se ne innamora: Questa passione, ricambiata, libera nel poeta delle forze che non si erano ancora manifestate con tale violenza: il poeta, l?amante e l'uomo si intrecciano e si fondono compiutamente. La relazione non dura più di un anno, ma segna un momento nella vita di Apollinaire in cui ancora vive la speranza non solo dell'abbandono erotico, ma del vero grande amore.

  da Napoleone Bonaparte a Giuseppina Beauharnais


Nizza, il 10 germinale


Non è passato giorno che non t'amassi; non è passata notte che non ti stringessi fra le braccia; non ho preso una tazza di thè senza maledire la gloria e l'ambizione che mi tengono lontano dall'anima della mia vita. In mezzo agli affari, alla testa delle truppe, percorrendo i campi di battaglia, la mia adorabile Giuseppina è sola nel mio cuore, occupa il mio spirito, assorbe il mio pensiero. Se mi allontano da te con la velocità di un torrente del Rodano, è per rivederti più in fretta. Se, nel mezzo della notte, mi alzo per lavorare ancora, è che questo può anticipare di qualche giorno l'arrivo della mia dolce amica e, tuttavia, nelle tue lettere del 23, del 26 ventoso, mi davi del Voi. Voi, tu stessa. Ah, Cattiva! Come hai potuto scrivere questa lettera? Come è fredda! E poi dal 23 al 26 ci sono quattro giorni; che cosa hai fatto per non aver scritto a tuo marito? Ah! Amica mia, questo Voi e questi quattro giorni mi fanno rimpiangere la mia antica indifferenza. Sfortuna a colui che ne sarebbe la causa! Possa egli, per pena e per supplizio, provare ciò che la convinzione e l'evidenza che servirono il tuo amico, mi farebbero provare! L'inferno non ha supplizio, né le furie serpenti! Voi!Voi! Ah! Che ne sarà fra quindici giorni? La mia anima è triste; il mio cuore è schiavo e la mia immaginazione mi spaventa! Tu mi amavi meno, tu sarai consolata. Un giorno tu non mi amerai più, dimmelo, saprei almeno meritare la sfortuna! Addio, donna, tormento, speranza, felicità e anima della mia vita, che io amo, che temo, che mi ispira dei sentimenti teneri che mi chiamano alla natura, a dei movimenti tempestosi vulcanici come il tuono. Non ti chiedo né amore eterno, né fedeltà, ma solamente verità, franchezza senza limiti. Il giorno che mi dirai: ti amo di meno, sarà o l'ultimo del mio amore o l'ultimo della mia vita. Se il mio cuore fosse cosi vile da amare senza ritorno, lo farei a pezzi con i denti. Giuseppina! Giuseppina! Ricordati ciò che ti ho detto talvolta: la natura mi ha fatto l'animo forte e deciso; essa ti ha costruito di pizzo e di garza. Hai smesso di amarmi!! Perdono, anima della mia vita, la mia anima è tenera su vaste combinazioni. Il mio cuore, interamente occupato da te, ha dei timori che mi rendono infelice. Mi secca non poterti chiamare col tuo nome. Attendo che tu me lo scriva. Addio! Ah! Se tu mi amassi di meno, non mi avresti mai amato. Sarei allora proprio da compatire.

Bonaparte Napoleone (1769/1821) e Giuseppina si sposano nel 1795. Due giorni dopo il matrimonio, Napoleone parte per la sua campagna in Italia. Giuseppina non era una buona corrispondente, indifferente a Napoleone e attratta da altri uomini. E solo molto più tardi che si innamorerà di lui. Si separano con mutuo grande dolore per dare un erede alla Francia.

  da George Byron a Teresa Guiccioli

Bologna, 25 Agosto 1819


Mia carissima Teresa, ho letto questo libro nel tuo giardino; amore mio, tu non c'eri, o io non avrei potuto leggerlo. E' uno dei tuoi favoriti e lo scrittore era un amico mio. Tu non capirai queste parole inglesi, e altri non le capiranno, ecco la ragione per cui non le ho scarabocchiate in italiano. Ma riconoscerai la calligrafia di colui che ti amò appassionatamente, e capirai che, su un libro che era tuo, poteva solo pensare all'amore. In questa parola, bellissima in tutte le lingue, ma soprattutto nella tua - Amor mio - è compresa la mia esistenza qui e dopo. Io sento che esisto qui, e sento che esisterò dopo, per quale scopo lo deciderai tu; il mio destino riposa con te, e tu sei una donna di diciotto anni, che ha lasciato il convento due anni fa. Desidererei che fossi rimasta lì, con tutto il mio cuore, o, almeno, che non ti avessi incontrata nel tuo stato di donna sposata. Ma per questo è troppo tardi. Io ti amo e tu mi ami o almeno, cosi dici, e agisci come se mi amassi, il che comunque è una grande consolazione. Ma io ancor più ti amo e non posso cessare di amarti. Pensa a me qualche volta, quando le Alpi e l'oceano ci divideranno, ma non sarà cosi a meno che tu non voglia.


Lord Byron

George Byron (1788/1824) arrivando in Italia nel 1819 incontra Teresa Guiccioli. Il loro amore aveva tutti gli elementi dell'opera buffa italiana: un vecchio marito, una giovane moglie, fughe, amici indiscreti. Vivono insieme due anni prima che Byron parta per la Grecia nel 1823.

  da Ugo Foscolo a Antonietta Fagnani Arese

Sabato, prima di desinare, (1801)


 Tu sei certa dunque ch’io t’amo, o celeste creatura ? Oh!…si, io t’amo quanto posso amare; il mio cuore non può reggere più alla piena di tante sensazioni. Io sento la passione onnipotente dentro di me…eterna! Si io t’amo.
 Io sperava da’ tuoi baci un qualche ristoro; ma io invece ardo ognor più…Il sorriso è fuggito dalle mie labbra; e la profonda malinconia che mi domina non mi lascia se non quando io ti vedo…e ti vedo venire così amorosa verso di me a farmi confessare come, ad onta di tanti mali, la vita è preziosa. Ma io …tremo! Che farai di me ora che sei sicura del tuo potere ? Mi abbandonerai tu alle lagrime e alla disperazione ? ti raffredderai tu con me ? –
 io so che mi sarebbero utili le arti del libertinaggio per farmi amare di più: dovrei fingere meno ardore per irritare il tuo amor proprio, dovrei…ah! La mia ragione le conosce tutte queste arti, ma pur troppo il mio povero cuore non sa fare alleanza con la mia ragione. Io lo abbandono tutto a te…io spero che tu non sarai capace di tradirlo.
  E' vero, mia cara, ch’io temo del tuo amore perché ne’ suoi principi è stato troppo impetuoso, perché tu sei troppo bella, o troppo circondata dal bel – mondo in cui ti perdi, perché…ma con tutto ciò io non ti credo così cattiva da lasciarmi crudelmente: quando l’amore si raffredderà in te, posso io lusingarmi, o Antonietta, che la compassione e la riconoscenza ti parleranno in favore del tuo amico ? Si, io me ne lusingo, perché il tuo cuore è ben fatto…perché io non merito di essere tradito.
  T’amai e t’amo con tutta la lealtà e la delicatezza della virtù…io mi sono confidato tutto a te…nelle mie stesse diffidenze io ho prescelto di essere piuttosto tradito che di non credere ai tuoi giuramenti.
 Rispondimi lealmente, o mia amica; e rispondimi con tutta l’effusione della tua anima.
La tua passione per me s’è ella raffreddata ?… Oh terribile idea! Ma tu rispondimi.
 Non temer dal mio canto né rimproveri, né eccessi…Io piangerò, io morirò, ma rispettando sempre la tua fama. Io verserò l’ultimo respiro su le tue lettere. E dirò leggendole: la mia Antonietta mi ha pur qualche volta dato tutto il suo cuore e ha confuso le sue lagrime alle mie. Intanto odilo: niuna donna può vantarsi di essere stata tanto amata da me. Ho amato, è vero, ma non sapeva di poter amare tanto; i miei passati amori hanno avuto o i caratteri romanzeschi, o con qualche donna del gran mondo quei del libertinaggio; ma con tanta passione, con tanta ingenuità, con tanta verità di amore non ho amato mai.
 E non amerò più! Io te lo ripeto, o Antonietta, questo giuramento:tu sarai l’ultima donna ch’io amerò: e dopo di te non mi avrà che la solitudine, o la sepoltura.
Rispondimi. Addio.

Tra il 1801 e il 1803, Ugo Foscolo ( 1778 – 1827 ) ama di amore inquieto e non sempre fiducioso la contessa Antonietta Fagnani Arese: nella corrispondenza i ricordi e l’evocazione, talvolta esplicita, delle Ultime lettere di Jacopo Ortis si mescolano con diffidenza e sdegno per quella società elegante che egli disprezza, ma della quale è pur a suo modo partecipe.
Foscolo ha ventidue anni e altri amori conoscerà nel corso della sua sofferta esistenza.

  da Oscar Wilde a Lord Alfred Douglas

(c. 1891)



Mio carissimo ragazzo – il tuo sonetto è proprio adorabile ed è meraviglioso che quelle labbra a foglia di rosa siano state fatte non meno per la musica delle canzoni che per la follia dei baci.
La tua snella anima d’oro cammina fra passione e poesia.
 
So che Giacinto, amato cosi appassionatamente da Apollo, eri tu ai tempi dei Greci.
 
Perché sei solo a Londra e quando vai a Salisbury ? Vai là, rinfrescati le mani nel grigio tramonto delle cose gotiche, e vieni qui quando vuoi.
 
E un posto delizioso, manchi solo tu, ma vai a Salisbury, prima.
 
Sempre, con imperituro amore,
 
 
Il tuo
Oscar

Nel 1891 Oscar Wilde ( 1854 – 1900 ) si innamora di "Bosie", Lord Alfred Douglas.
Il padre, il marchese di Queesnberry, furibondo per una relazione che non capiva, manda un biglietto a Wilde chiamandolo "sodomita".
Wilde lo cita in tribunale per calunnia, ma perde e viene condannato.
Dopo due anni di prigione, va all’estero dove è raggiunto da Bosie, che passa con lui alcuni mesi.

  da Gabriele D’Annunzio a Jouvence

 

(Mezzanotte, 24 Aprile 1923 Frate Grillo)

 

In questa notte nera, la corona delle tue braccia m’è come una costellazione indelebile.
Perché oggi, in quei pochi attimi di sogno, ho avuto dalle tue giovani braccia una sensazione luminosa, come se tu avessi cinto d’un fuoco bianco la mia tenerezza e la mia tristezza?
Esiste un fuoco fresco ?
Non saprò mai dirti quel che provo, quel che tu mi dai.
Tra l’ebbrezza di ieri e quella d’oggi, non v’è stato per me che supplizio corporale e inquietudine interiore. Tu hai ascoltato, con l’indulgenza più delicata, le mie confessioni.
La grazia del tuo volto attento sembrava modellarsi sulla mia sofferenza.
                            Poco a poco, credevo di sentire la sostanza del tuo corpo cambiarsi in una specie d’amore caritatevole. Credevo di assistere a un miracolo inaudito: il frutto voluttuoso che si muta in fiore sensibile! Puoi capire ?
Mai tu m’avevi preso fra le tue braccia con tanta dolcezza.
Io ti parlavo delle mie voluttà tormentose e menzognere; e, senza parlare, tu calmavi il mio dispiacere, rinfrescavi la mia bruciatura, consolavi i miei rimpianti e i miei rimorsi.
E, come tu non m’avevi mai coronato con braccia cosi tenere e cosi chiare, tu non avevi mai avuto labbra cosi musicali. La tua carezza era come una melodia infinita.
                               Ogni moto delle tue labbra era un accordo che, ogni volta, sembrava compiere la perfezione della mia estasi.
Eri una dolce piccola anima con delle labbra. Eri la bocca stessa dell’Amore che guarisce.
Ed eccomi solo, nella notte ! Tu eri seduta là. Qualche filo d’oro riluce nella tua testa bruna…
Come l’altro giorno, quando il mio desiderio ti chiamava, sei riapparsa?
M’hai lasciato di te una sensazione luminosa.
Mi sembra d’avere della luce sulla punta delle mie dita, come se avessi toccato il fosforo.
Dormi ? Tu circondi forse con le tue braccia il sogno dell’amico insonne.
Il tuo seno sinistro mi chiama e si offre…
Vorrei che il mio grido giungesse fino a te; vorrei che il mio desiderio traversasse il lago scuro fino al tuo giardino umido… Tenterò di farti giungere questa lettera notturna.
Sarai forse contenta di stringerla sul petto o di farne il tuo guanciale.
Le tue braccia chiare e tenere sono l’unica aureola della martire Notte
.

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) incontra Jouvence (Angle Lager) nel 1923, quando il poeta ha sessant’anni e lei ventidue.
La ragazza di provincia si vede subito trasformata in amante del leggendario principe del Vittoriale, che vive con lei una sorta di "Conte des fées" in cui la follia solitaria del vecchio poeta varia dai furori della voluttà alle angosce della disperazione.

  da Zelda Fitzgerald a Francis Scott Fitzgerald

 

(1920)

Guardo lungo il sentiero e ti vedo arrivare – dalla foschia e dalla nebbia i tuoi cari pantaloni stazzonati si affrettano verso di me – Senza di te, caro, carissimo non potrei vedere, né udire, né sentire, né pensare – o vivere – ti amo cosi tanto e, per tutta la nostra vita, non permetterò che passiamo un’altra notte separati. Senza di te è come chiedere pietà a un temporale o uccidere la bellezza o diventare vecchi.
 Ho una tale voglia di baciarti – e dietro sull’attaccatura dei tuoi cari capelli e sul petto – ti amo – e non posso dirti quanto.
 Pensare che morirei se tu non lo sapessi – sciocco – devi tentar di capire quanto ti amo – come sono senza vita quando tu non ci sei – non posso neppure odiare queste dannate persone –
 Nessuno ha il diritto di vivere se non noi – e loro stanno insozzando il nostro mondo e non posso odiarli per il fatto che ti voglio – Vieni in fretta – Vieni in fretta da me – non potrei fare a meno di te neppure se tu mi odiassi e fossi coperto di piaghe come un lebbroso – se fuggissi via con un’altra donna e mi facessi morir di fame e mi picchiassi – ancora ti vorrei, lo so – Amore, Amore, Caro –
 
Tua moglie

Zelda Sayre (1900 – 1948) e Scott Fitzgerald si sposano nel 1920.
Con il loro aspetto dorato, talento e fascino diventano il simbolo dell’Età del Jazz. Nel 1929 il matrimonio si sta sfaldando: Zelda ha il primo dei suoi numerosi crolli nervosi; Scott beve sempre di più. Egli muore nel 1940 per un attacco di cuore, Zelda nel 1948 per un incendio nell’ospedale dove si trovava ricoverata.

  da Benjamin Franklin a Madame Brillon

 

(10 Novembre 1779)

 

Che differenza, cara amica, fra voi e me. Voi trovate in me innumerevoli difetti, laddove io ne vedo in voi solo uno (ma forse è colpa dei miei occhiali).
 Voglio dire questa specie di avarizia che vi porta a cercare il monopolio su tutti i miei affetti, e non concedermene alcuno per le gentili signore del vostro paese.
 Pensate che sia impossibile per il mio affetto (o la mia tenerezza) essere diviso senza essere sminuito ? Vi ingannate, e dimenticate il piacevole modo in cui mi avete placcato.
 Rinunciate ed escludete tutto quello che può essere carnale dal vostro affetto, permettendomi solo alcuni baci, civili e onesti, come potreste permettere ai vostri cuginetti.
 Che cosa ricevo di cosi speciale da impedirmi di dare lo stesso alle altre, senza togliere quello che appartiene a voi?… Il dolce suono che le vostre abili mani traggono dal pianoforte può essere goduto da venti persone allo stesso tempo senza per nulla diminuire il piacere che voi cosi cortesemente intendete per me, e io potrei, con altrettanta ragione, domandare al vostro affetto che a nessun altro orecchio se non al mio sia concesso il fascino di questi dolci suoni.

 

Benjamin Franklin (1706 – 1790) ha settant’anni, Madame Brillon una trentina, quando si conoscono a Parigi.
Il loro elaborato e deduttivo corteggiamento su carta non si svilupperà mai in qualcosa di più di una affettuosa amicizia.

  da Wolfgang Amadeus Mozart a Costanze Weber

Vienna, 29 Aprile 1782

Carissima, amatissima amica,
Sicuramente mi permetterai di chiamarti ancora con questo nome. Sicuramente non mi odi a tal punto che io non possa essere più tuo amico, e tu – non più mia ?
 E anche se non sarai più mia amica, tuttavia non mi puoi impedire di augurarti ogni bene, amica mia, dacché è molto naturale per me fare cosi. Pensa a quello che mi hai detto oggi.
 Nonostante tutti i miei tentativi mi hai scacciato tre volte e mi hai detto in faccia che non intendi più aver nulla a che fare con me.
 Io (a cui importa più di quello che importa a te di perdere l’oggetto del mio amore) non sono cosi focoso, cosi rozzo e stupido da accettare la mia dismissione.
 Ti amo troppo per far questo. Ti raccomando pertanto di ponderare e di riflettere sulla causa di questa spiacevole vicenda, che è nata dal fatto che mi ha seccato il modo cosi impudente e sconsiderato da farti dire a tua sorella – e sia chiaro, in mia presenza – che tu avevi permesso a un gentiluomo di prendere le misure dei tuoi polpacci.
 Nessuna donna a cui sta caro il suo onore può comportarsi così. E sempre un buon principio quello di fare ciò che fanno gli altri. Allo stesso tempo ci sono molti altri fattori da considerare – come, per esempio, se siano presenti solo intimi amici e conoscenti – se una sia una bambina o una ragazza in età da marito – più precisamente se  sia fidanzata – ma, soprattutto, se nella compagnia siano presenti solo persone della sua classe sociale, o suoi inferiori – o, cosa ancor più importante, suoi superiori. Se è vero che anche la Baronessa ha permesso che la stessa cosa fosse fatta a lei, il caso è  comunque diverso, perché lei non è più di primo pelo e non può più attrarre gli uomini – e inoltre, è propensa alla promiscuità e dispensa favori qui e là. Io spero, carissima amica, che anche se tu non desideri diventare mia moglie, non condurrai mai una vita come la sua.
 Se è stato per te impossibile resistere al desiderio di partecipare al gioco (anche se non sempre è saggio per un uomo farlo e tanto meno per una donna), allora perché in nome del cielo non hai preso tu il nastro e non ti sei misurata tu i polpacci (come donne timorate hanno fatto in simili occasioni alla mia presenza) , invece di permetterlo a un gentiluomo di farlo ?…
 Ma basta ora; e il minimo riconoscimento del tuo comportamento in qualche modo sconsiderato in questa occasione metterebbe a posto le cose di nuovo, e se tu non ne facessi un caso, carissima amica, tutto andrebbe a posto.
 Capisci ora quanto ti amo. Non mi infiammo come fai tu. Penso, rifletto e sento.
Se solo tu ti arrenderai  ai tuoi sentimenti, allora so che quello stesso giorno sarò in grado di dire con assoluta certezza che Costanze è la virtuosa, prudente, onorata e leale amante del suo onesto e devoto
 
Mozart

 

Nel 1781 Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791) vive a Vienna in casa Weber. Anche se proclama al proprio padre l’indifferenza nei confronti di Costanze, figlia della sua padrona di casa, si innamora di lei. Nonostante la sua leggerezza  per la quale la rimprovera in questa lettera, la sposa nel 1782. Il consenso del padre arriverà il giorno dopo le nozze.

  da Ludwig Van Beethoven alla Immortale Amata

(c. 1811 – 12)

 

Buon giorno, il 7 di Luglio.
 
Anche quando sono a letto i miei pensieri si affrettano verso di te, mia eternamente amata, qualche volta con gioia, poi ancora con tristezza, in attesa di sapere se il fatto udrà le nostre preghiere.
 Per affrontare la vita devo vivere sempre con te o non vederti mai più. Si, ho deciso di essere un vagabondo all’estero fino a quando potrò volare fra le tue braccia e dire che ho trovato la mia vera casa con te e, circondato dalle tue braccia, potrò lasciare salire la mia anima al reame degli spiriti benedetti.
 Ahimè, sfortunatamente deve essere cosi – Tu sarai ancor più tranquilla perché sai che ti sono fedele; nessun’altra donna potrà mai possedere il mio cuore – mai – mai – Oh Dio, perché uno deve vivere separato da colei che gli è cosi cara.
 Eppure la mia vita adesso a Vienna è una vita miserabile – il tuo amore mi ha reso sia felice che il più infelice dei mortali – Alla mia età ho bisogno di stabilità e di regolarità.
 Può questo coesistere con la nostra relazione ? – Angelo, ho appena saputo che la posta viaggia ogni giorno – per cui devo smettere, cosi che tu possa ricevere la lettera immediatamente.
 Stai calma; perché solo considerando con calma le nostre vite possiamo realizzare il nostro proposito di vivere insieme – Sii calma – amami – Oggi – ieri.
 Che doloroso desiderio di te – di te – te – mia vita – mio tutto – tutto il bene per te.
Oh, continua ad amarmi – non sbagliarti a giudicare il cuore del tuo amante, sempre a te fedele.
 Sempre tuo, sempre mia, sempre nostro
 
Beethoven

 

Poco si sapeva sull’amore di Ludwig Van Beethoven (1770 – 1827) e la sua Immortale Amata se non le lettere che restano, fino ai recenti studi di Maynard Salomon, che nella monografia Beethoven pubblicata in Italia da Marsilio, la individua in Atonie Brentano, sposata con Franz Brentano e madre di quattro figli.

  da Manon Balletti a Giacomo Casanova

(Parigi, fine Agosto 1757)

 

Domenica a mezzanotte  
 
 Mi rendo sempre più conto della tenera amicizia che provo per voi, mio caro Casanova; ora più che mai. La vostra lontananza mi dà un grande dolore che non so esprimere a parole.
 Sono cosi accasciata da non averne la forza. Non so rassegnarmi alla triste idea che siate lontano da me, che per due interi mesi non vi potrò vedere e non avrò neppure vostre notizie.
 Queste melanconie mi opprimono, mi gelano il cuore. Non devo pensarci; ahimè!, mio caro amico, se lo facessi mi priverei della gioia di testimoniarvi la mia amicizia.
 Caro amico, mio fratello sta partendo, ogni consolazione mi è tolta, immaginate come mi sento.
Vi amo non posso più negarlo (che questa confessione serva a far crescere il vostro amore e a non insuperbirvi, di che utilità vi sarebbe?).
 Dunque, vi amo, vi ho visto partire con la paura che afferra un cuore quando è sul punto di perdere ciò che ama; ho dovuto soffocarlo il mio dolore, nasconderlo a un mucchio di curiosi che sembravano scrutarmi con sguardi penetranti, cattivi; ah! Che terribile momento; solo la notte mi ha dato un po’ di sollievo, mi sono messa a letto più per pensarvi senz’essere spiata che per dormire, per poter piangere tutta sola, senza intrusi, quelle lacrime che tanto a lungo trattenute, poi non si volevano più asciugare.
 Ho letto e riletto la vostra cara lettera; mi chiedete di essere allegra, ma come potrò mai farlo se siete lontano ? Se mi amate, mio caro, non dovreste proprio risentirvi.
 Cosi non potrete certo accusarmi d’essere incostante, non credo proprio d’esserlo e specialmente con voi.
 Sapeste quanto mi è cara la vostra lettera ! la rileggo ogni volta che posso, non l’abbandono mai, né di giorno né di notte, è la mia compagna di tristezza cosi come spero che il mio cuore sia il vostro compagno di viaggio; possiate sempre voler bene al vostro piccolo compagno, cosi come io vorrò bene per l’eternità a tutto ciò che vi appartiene.
 Possiate sempre amarmi; oso dire, dovete amarmi, fosse soltanto per riconoscenza !
Addio, mio amatissimo Casanova, questa notte, forse, sarà meno dolorosa dell’altra perché vi ho scritto ed è già una piccola consolazione; - ma ahimè!- solo a pensare che possiate non rispondermi io… ma sarebbe peggio se dovessi sapere che non riceverete la mia lettera, allora mi vedrei tolta anche l’estasi che provo scrivendovi, tutto il mio dolore riaffiorerebbe, le mie lacrime continuerebbero a sgorgare come prima.
 Dio mio ! perché il mio cuore è tanto sensibile !
 Vi scongiuro… scrivete a casa mia, fatemi sapere che avete ricevuto la mia lettera, liberatemi dal dubbio. Addio, mio solo amico; addio, amatemi sempre.
 Sappiate che non cambierò mai e che solo il vostro ritorno potrà farmi felice.
 Mi pare di non avervi visto, ormai, da un intero mese. Addio, trattate bene il vostro piccolo compagno; coccolatelo sempre. E proprio vostro
.

Manon Balletti (1740 - ?) , figlia di comici è una delle numerose donne che hanno amato Casanova.
Senza falsi pudori, la ragazza si concede completamente e totalmente all’avventuriero, lo perseguita, arriva a inviargli tre lettere al giorno. Ma il sogno d’amore non può realizzarsi e Manon si sposerà con un architetto e chiederà che tutte le sue lettere vengano bruciate. Verranno invece ritrovate da Aldo Ravà nel castello del conte Waldstein in Boemia

 

  da Giovanni Verga a Dina

(Mendrisio, 29 Agosto 1900)

 

Tante, tante cose ti vorrei dire che mi si affollano alla mente e mi gonfiano in cuore e che diventano fredde e sciocche nella carta.
Questo solo ti dico, che ti ho ancora e sempre dinanzi agli occhi, e ti accompagnano in ogni ora della tua giornata, e sento che mi manca la più cara e la miglior parte di me stesso.
Come hai fatto a prendermi così?
Quel viaggio che ho rifatto da solo, dopo averlo fatto insieme a te è stato una gran tristezza; ogni luogo, ogni pietra che abbiamo visto insieme mi ritorna dinanzi, e mi lega.
Le parole, gli atti, il tono della voce. Le parole che non dicesti e quelle che non osai dirti.
L'ombra che ti fuggiva nella fronte e gli occhi che guardavano lontano.
Ancora non mi dà pace di aver perduto questi giorni che avrei potuto passare ancora insieme a te, o vicino a te. E se non fosse la certezza di far pensare che son matto, farei il ballo del ritorno anche per un sol giorno. Beata te che sei così giudiziosa ed equilibrata!
Vedi che un po' d'equilibrio l'hai dato anche a me!
Però domani sera voglio essere a Milano, senz'altra dilazione e vuol dire che lontani per lontani guarderò almeno il posto dove ti vedevo passare dalla finestra.
Che sciocchezze, eh?
Ebbi la tua lettera come una carezza. Ma l'avevo aspettata tanto che sono andato ad aspettarla anche all'arrivo del corriere dall'Italia. Scrivimi al "Continentale" dal giorno del tuo arrivo.
Io non mi permetto di darti dei consigli, ma penso che se non potessi trovare l'alloggio per cui hai telegrafato, non sarebbe poi la fine del mondo se tu andassi all'albergo fin che avessi trovato di collocarti bene.
Ti bacio quelle mani che mi attirano e mi tengono stretto.
Addio.


Tuo Verga

Giovanni Verga ( 1840 - 1922 ) incontra Dina (Francesca Giovanna Annunziata Castellazzi) dopo la morte del marito Alessandro Brucco di Sordevolo. Il loro amore dura per tutta la vita.
Per un trentennio Dina spera se non di sposarlo, almeno di riuscire a vivere insieme.
Questo non sarà mai. Alla morte dello scrittore, Dina decide di ricoverarsi in un istituto.

  da Elizabeth Barrett a Robert Browning

(10 Gennaio 1846)

Sai, quando mi hai detto di pensare a te, mi sono vergognata di pensare a te cosi tanto, di pensare solo a te è troppo forse. Devo dirtelo? Mi sembra, sembra a me stessa, che nessun uomo sia mai stato per nessuna donna quello che tu sei per me, il pieno deve essere proporzionale al vuoto, lo sai e solo io so cosa c'era dietro l'ampio deserto senza fioritura di rose e la capacità di felicità, come un buco nero spalancato, davanti a questa argentea inondazione.
Non è meraviglioso che io viva come in un sogno, e possa sfatare, non te, ma il mio stesso fato ?
Fu mai qualcuno tratto improvvisamente fuori da una cella buia e portato sul picco di una montagna,
senza che gli girasse la testa e gli mancasse il cuore, come a me ?
E tu mi ami di più, tu dici ? Devo ringraziare te o Dio ?
Entrambi, davvero e non c'è possibilità di ritorno da me a ciascuno di voi!
Ti ringrazio come può l'indegno e come tutti ringraziamo Dio.
Come proverò mai cosa è per te il mio cuore. Come vedrai tu mai cosa provo ?
Mi interrogo invano. Abbi sufficiente fiducia in me, mio unico amore, da usarmi semplicemente per il tuo vantaggio e la tua felicità, e per i tuoi fini senza preoccuparti degli altri è tutto quello che ti potrei chiedere senza timore Dio ti benedica!


La tua B.A.

Elizabeth Barrett (1801 - 1861) è già famosa quando, nel 1845, inizia una fitta corrispondenza con Robert Browning. Essi scappano per sposarsi e si stabiliscono a Firenze.
Browning abbandona la scrittura per dedicarsi alla moglie, la cui salute già fragile diventa sempre più cagionevole. Elizabeth muore a Firenze nel 1861, e li viene sepolta.

  da Charles Baudelaire a Marie Daubrun

Parigi, 15, Cité d’Orléans
( inizi 1852 )

Signora,
E mai possibile che non debba più rivedervi ? Questo è quel che conta per me, perché sono arrivato al punto che la vostra assenza rappresenta di già un’enorme privazione per il mio cuore.
Quando sono venuto a sapere che rinunciavate a posare e che io ero la causa involontaria di tale decisione, ho avvertito una strana tristezza.
Ho voluto scrivervi, malgrado io sia poco propenso a mettere le cose per iscritto. Si finisce quasi sempre per pentirsene. Ma non arrischio nulla, giacché ho ormai preso la mia decisione di donarmi a voi per sempre.
Sapete che la nostra lunga conversazione di giovedì è stata davvero singolare ?
È questa stessa conversazione che mi ha lasciato in uno stato per me affatto nuovo e che è all’origine di questa lettera.
Un uomo che dice : “ Vi amo ! “ e che prega – e una donna che risponde: “ Amarvi ? Io ? Mai ! Uno solo ha il mio amore. Guai a quello che verrà dopo di lui ; non otterrebbe altro che la mia indifferenza e il mio disprezzo ! “.
E questo stesso uomo, per avere il piacere di guardarvi più a lungo negli occhi, lascia che voi gli parliate di un altro, che non gli parliate che di lui, che non vi infiammiate che per lui e non pensiate che a lui. Da tutte queste confessioni è emerso un fatto assai singolare, ed è che per me, voi non siete più semplicemente una donna che si desidera, ma una donna che si ama per la sua franchezza, per la sua passione, per la sua verde età e per la sua follia !...
Nel darvi queste spiegazioni ho perso molto, poiché voi siete stata cosi risoluta che ho dovuto sottomettermi all’istante; ma voi, Signora, voi ci avete guadagnato molto. Mi avete ispirato rispetto e stima profonda. Restate sempre cosi, e custoditala bene, questa passione che vi rende cosi bella e cosi felice.

Charles Baudelaire ( 1821 – 1867 ).

Quasi nulla si sa della sua relazione con Marie.
Si suppone solo si trattasse di Mlle Marie Daubrun.

  da Anton Cechov a Olga Knipper

Yalta, 20 gennaio 1903

Cosa hai deciso ? Che ne diresti della Svizzera ? Mi sembra che potremmo fare un bellissimo viaggio. Lungo la strada ci potremmo fermare a Vienna, Berlino, ecc. andare a teatro. Eh ?
Cosa ne pensi ?
Savina sta mettendo in scena la mia vecchia pièce, il giubileo, a suo beneficio. Diranno ancora una volta che è un’opera nuova e si faranno beffe di me.
Oggi c’è il sole, una giornata limpida, ma io me ne sto in casa perché Altschuller mi ha proibito di uscire. Fra l’altro, non ho febbre.
Continui a scrivere, mia amata, che la tua coscienza ti rimorde perché vivi a Mosca e non con me qui a Yalta. Bene, cosa possiamo farci, mia cara ? Giudica obbiettivamente la questione :
se tu stessi con me a Yalta tutto l’inverno, la tua vita sarebbe rovinata e io sentirei le fitte del rimorso, il che difficilmente migliorerebbe le cose tra di noi.
Sapevo naturalmente che sposavo un’attrice – cioè, quando mi sposai capii chiaramente che avresti passato gli inverni a Mosca. Non mi considero scavalcato né penso di aver subito un torto per un milione di ragioni – al contrario, mi sembra che tutto proceda bene, o nel modo in cui dovrebbe andare, tesoro, non sconcertarmi con il tuo rimorso.
In marzo ricominceremo a vivere felici e non sentiremo la solitudine che proviamo ora.
Calmati, mia amata, non essere agitata, vivi e spera. Spera e niente più.
È arrivato il supplemento a “ Plowed Land “ : i miei racconti, un ritratto e, sotto, copia della mia firma, eseguita malamente.
Adesso lavoro; probabilmente non ti scriverò ogni giorno.
Perdonami.
Andiamo all’estero. Andiamo !


Il tuo sposo, A

Anton Cechov ( 1860 – 1904 ) incontra Olga Knipper nel 1898. Si sposano nel 1900.
A causa del suo lavoro di attrice essa deve passare i mesi invernali a Mosca, mentre Cechov deve soggiornare a Yalta a causa della tubercolosi.
Egli non accetterà mai del tutto la separazione forzata.

  da Enrico IV a Gabrielle d’Estrées

4 febbraio 1593

Mio bel angelo , se mi fosse concesso di importunarvi in ogni momento con il ricordo del vostro suddito, credo che la fine di ogni mia lettera per voi costituirebbe l’inizio di una nuova missiva.
Cosi vi intratterrei senza sosta, dal momento che la lontananza non mi consente di fare altrimenti. D’altra parte, qui gli affari, o per meglio dire, gli inconvenienti sono più numerosi di quanto non fossero a Chartres. Contavo di partire, ma dovrò trattenermi qui anche domani. Dio sa le benedizioni che manderà mia sorella. Souvré ci prepara oggi un convito cui parteciperanno tutte le dame. Io sarò vestito solo di nero, giacché sono vedovo di chi mi può dare gioia e contentezza.
Non si vide mai fedeltà più pura della mia : glorificatevene, poiché è per voi. Se d’O. si trova da voi, avvertitelo quando partiranno i miei lacché, ché mi faccia avere notizie dei nemici.
Non appena vedrò mia sorella, vi invierò la Varenne per comunicarvi il giorno certo del mio ritorno, che mi industrierò ad affrettare, essendo io la persona più innamorata del mondo, e tuttavia lontano dalla sua dea. Abbiate fiducia in me, mia cara sovrana, e ricevete cento baciamano, di tutto cuore, come feci ieri.

Il 4 febbraio


Henry

 

Gabrielle d’Estrées, figlia del marchese di Coeuvres,

diventa l’amante di Enrico IV ( 1553 – 1610 ) nel 1591, a diciotto anni, e tale rimane fino alla morte per parto all’età di ventisei anni.
Non diventerà mai regina, ma certamente il re la tratterà sempre come tale e riconoscerà i tre figli da lei avuti che daranno origine al ramo Vend?me della Casa di Borbone.

  a Johann von Goethe a Charlotte von Stein

giovedi 17 giugno 1784


Ieri 16, ricevetti la tua prima cara lettera, che arriva fino al 13.
È certo che tu avrai frattanto ricevuto altre mie lettere: in un foglietto a parte ti scrivo quello che ti ho spedito.
Siccome ho ricevuto proprio ora i Mémoires di Voltaire, te li devo mandare subito e ho un gran desiderio di una tua risposta. Voglio far partire io stesso un corriere, per essere sicuro che il pacchetto arriverà presto in mano tua.
Le mie lettere ti avranno detto quanto io mi senta solo. Non mangio a corte, vedo poca gente, me ne vado a passeggiare solo e in ogni bel punto desidero di essere con te. Non posso fare a meno di amarti, anche più di quello che dovrei, e tanto più felice sarò quando ti rivedrò. Ti sento sempre più vicina a me, la tua presenza non mi lascia mai. In te ho trovato la misura per tutte le donne, anzi per tutti gli esseri umani: attraverso il tuo amore, la misura per la sorte di ognuno.
Non è che esso mi offuschi il resto del mondo, anzi direi piuttosto che me lo schiarisce tutto quanto, e mi rende possibile di vedere nettamente come sono gli uomini, cosa pensano, cosa desiderano, cosa fanno e godono: a ognuno concedo il suo, e dentro di me mi rallegro del fatto di possedere, io, un tesoro cosi indistruttibile.
A te succede nella tua economia domestica quel che talora succede a me negli affari: non si vedono le cose, solo perché non ci si vuole fermare sopra gli occhi, e solo quando le circostanze appaiono chiare, anche le cose assumono un interesse. Poiché l’uomo si compiace sempre di agire direttamente e se è ben animato, ama mettere in ordine, disporre ogni cosa, aumentare il silenzioso dominio della giustizia.
Penso di portare con me Weimar il cranio dell’elefante. […] Friz è buono e contento. Senza che se ne accorga, viene introdotto nel mondo e, senza saperlo, impara a conoscerlo. Tutto lo diverte: ieri gli feci leggere le suppliche e poi me le feci riferire. Moriva dalle risa e non riusciva a credere che ci fosse gente in cosi cattive condizioni, come appariva da quelle lettere.
Addio mille volte amata.

G.

Quando Johann von Goethe ( 1749 – 1832 ) si stabilisce a Weimar incontra e si innamora di Charlotte von Stein, dama di compagnia della duchessa e moglie di Friedrich von Stein. La loro relazione dura dieci anni. Lei gli insegna i modi della corte di Weimar. Quando Goethe la lascia per una allegra e ignorante contadina, per Charlotte inizia una declinante e amara vecchiaia in solitudine.

  Jean-Jacques Rousseau a Sophie d'Houdetot

Ermitage, Giugno 1757


Vieni, Sophie, che io possa torturare il tuo cuore ingiusto al fine che io, da parte mia, possa essere spietato nei tuoi confronti.
Perché ti dovrei risparmiare, visto che tu mi derubi della ragione, dell'onore, e della vita ?
Perché dovrei permetterti di passare in pace i giorni che tu a me rendi insopportabili ! - Ah, saresti stata molto meno crudele se avessi infilato una spada nel mio cuore, invece del dardo fatale, che mi uccide.
Guarda quello che ero e quello che sono ora ; guarda come mi hai umiliato. Quando ti degnasti di essere mia, ero più di un uomo ; da quando mi hai allontanato, sono il più piccolo dei mortali.
Ho perso tutto: ragione, consapevolezza, coraggio ; in una parola, tu mi hai portato via tutto. Come puoi decidere di distruggere il tuo stesso operato ? Come osi considerare indegno di stima colui che una volta onoravi con la tua grazia
? Ah, Sophie, ti prego, non aver vergogna di un amico che una volta favorivi.
Per il tuo onore, ti domando di rendermi me stesso. Non sono io una tua proprietà ? Non hai preso tu possesso di me ? Questo non lo puoi negare, e siccome io appartengo a te a dispetto di me e di te, lascia almeno che io meriti di essere tuo.
Pensa a quegli anni di felicità, che per mia tortura, non potrò mai dimenticare. Quella fiamma invisibile dalla quale io ricevetti una seconda vita, più preziosa, ha restituito alla mia anima e ai miei sensi tutto il vigore della gioventù. Il bagliore dei miei sentimenti mi ha innalzato a te.
Quanto spesso non fu il tuo cuore, colmo di amore per un altro, toccato
dalla passione del mio.Quanto spesso mi dicesti nel bosco vicino alla cascata: << Sei l'amante più tenero che possa immaginare; no, mai un uomo ha amato come te !>>.
Che trionfo per me una tale confessione dalle tue labbra ! Si, era vero !
era degno della passione dalla quale domandavo cosi ardentemente, che ti facesse ricettiva, e con la quale desideravo destare in te una compassione che ora rimpiangi cosi amaramente.
O Sophie ! dopo tutti i dolci momenti il pensiero di una rinuncia totale è terribile per colui che si addolora profondamente di non potersi identificare con te. Cosa ! I tuoi occhi teneri non si abbasseranno più davanti al mio sguardo con quel riserbo dolce, che mi intossicava di desiderio sensuale. Non avvertirò più quel brivido, celestiale fuoco che divora, che rende pazzi, che è più rapido del lampo....
Oh, momento inesprimibile !!
Quale cuore, quale Dio può resisterti dopo averti sperimentato ?

Jean-Jacques Rousseau ( 1712 - 1778 ) ha quarantacinque anni quando incontra la contessa d'Houdetot, amante del suo amico Saint Lambert.
Per tre mesi è una passione sconvolgente, poi lei ha il timore di essere scoperta e la relazione diventa un sordido affare di delusioni, sensi di colpa e imbarazzi, con Rousseau che tenta disperatamente di non lasciare tracce. Più tardi egli dirà che essa era stata il primo e l'unico amore della sua vita

  Victoria Ocampo a Rabindranath Tagore

San Isidro, 6 gennaio 1925

Caro Gurudev,
Ieri sono andata a casa tua ( Miralrio ). Lo ammetto, non è stata una cosa molto saggia. Il tramonto faceva capolino sopra la scala e sapevo che mi stava aspettando nella tua stanza vuota.
Uno spaventoso senso di solitudine mi ha perseguita da quando ho lasciato te e la Giulio Cesare, e speravo di raccogliere alcune briciole della mia recente felicità nella casa dove avrei vissuto. Ma le cose non possono confortare. Rendono tutto peggio. Mi nacque nel cuore un tale desiderio di te, una tale nostalgia ( che non poteva essere placata ) per tutto quello che avevo avuto e che avevo perso, che non potei sopportarlo. Il vuoto del
mio cuore si ripeteva nei muri, negli alberi, nel fiume e nel cielo. Non c'era vita da nessuna parte. E poi, come per ridere di me per contrasto, sopravvenne un vivido ricordo di vita, di te, nella casa e nel giardino.Fugii come una codarda, ma la desolazione non mi abbandonava. Mi segui passo passo. Invano ho tentato di immaginare che non te ne eri realmente andato. Non è servito.
In questo mortale senso di solitudine volevo pietà e pietà non venne da nessuna parte.
Spero di uscire da questa nuvola di disperazione. So che è sbagliato essere incapaci di pensieri se non dolorosi.: Ma se sapessi tutto quello che significhi per me, scuseresti la mia debolezza.
Ho cominciato a tradurre Red Oleanders. Ieri ho ricevuto una lettera dal mio amico Rostan, il professore francese. Mi chiede di scivere alcuni saggi sulla letteratura spagnola contemporanea ( in francese naturalmente ) , perchè in Francia la letteratura spagnola contemporanea è poco conosciuta. Gli ho risposto che Red Oleanders è il mio solo pensiero, ora, e che deve essere molto severo nel giudicare la mia traduzione. Mi piacerebbe che tu lo incontrassi presto. Quando la mia traduzione sarà finita gli chiederò di scriverti e di dirti quello che pensa e se gli piace o no.
Caro Gurudev, che sfortuna non essere potuta venire in Europa con te, ora. Che grande sfortuna ! Spero che qualche beneficio ne deriverà e che sarò portata dal mio attuale stato di infelicità a fare qualche lavoro non completamente indegno e che l'amore che riempe il mio cuore fino a scoppiare mi aiuti.
Per tutto quello che mi hai dato, non sarò mai capace di spiegarti quanto veramente grata io ti sono.
Bacio le tue mani, Gurudev.

Vijaya

Prima di incontrarlo, Victoria Ocampo ( 1890 - 1979 ) conosceva già gli scritti di Tagore. e l'incontro segna solo il momento in cui si innamorerà di lui. Ne seguirà la vita e le opere fino alla sua scomparsa.

  Giosue Carducci a Lidia

Bologna, 22 Settembre 1878


Mia dolce amica,

Come devo fare a spiegarti quello che è successo in me in questi ultimi tempi, in modo che tu mi creda e non mi rivolga tutto al peggio?
Il mio cuore e il mio spirito si sono raccartocciati: non provo più il bisogno di espandermi, anzi mi è noiosa, come fatica inutile, ogni velleità di espansione. Non amo scrivere; e mi riesce difficile, perché non ho né facilità né correntezza né lucidità di espressione. Quello che cinque o sei anni fa fu la seconda giovinezza ora è sfiorita, sfiorita per sempre.
Allora mi era facilissimo consolarmi e rinnovarmi nella poesia che mi risplendeva e risonava da ogni cosa, e dopo la poesia, gli studi geniali, e poi, la politica e la lotta; e poi l'amore; dopo lottato e scritto tutto il giorno mi era un riposo l'abbandonarmi a te con lettere di otto pagine, nelle quali la fantasia e il sentimento confondevano i loro gettiti più strani.
Ora no. Aborro la politica, rifuggo dalla lotta, m'increscono gli studi fecondi; sono stanco e annoiato della poesia, dell'Italia, della libertà; non so più scrivere; la penna mi pesa e mi fa male peggio che un remo da galera. Vorrei poter dire al cielo e alla terra: lasciatemi posare e dormire; tanto è inutile; io sono un tronco arido.
Perché devo affaticarmi? perché pensare? perché amare?
Io non ho più voglia di nulla, se non forse di oblio. Chi vuol lavorare per la patria, per l'arte, per la gloria, per il bene si serva pure. Io non mi sento capace di tanto; so che fra dieci anni rimarrà orma di quel molto che ho pensato, studiato, amato, combattuto nella mia gioventù, so che ho scroccato una nomea effimera con sforzi facchineschi; so che sono imbecille e cattivo, e che ho avuto più fortuna che non meritassi.
Dimenticatemi dunque, e lasciate che dimentichi. Non invidiatemi la mia solitudine. Questo in generale. A te poi in particolare, dico:
è inutile tu ti affanni per l'amore d'una volta; non ho più energia: se mi vuoi quale sono, prendimi: se no, lasciami: perché amareggiare e mortificare e e me co' rimpianti continui?
Può darsi che questa atonia dolorosa cessi: per ora nessuna forza può scuterla. Forse sarà stata la solitudine e il turbinoso e fisso rivolgersi del pensiero sempre in se stesso e intorno a se stesso che mi avrà ridotto cosi; ma ora sono cosi. Non vedi, non senti, che né meno so più esprimermi? non ti accorgi della fatica che mi ci vuole per affaciarmi solamente un poco fuori di me?
Dunque compatiscimi e non rimproverarmi.
Quanto a' desideri tuoi: 1) Della gita o ad Arquà od altrove mi spiace non poter farne nulla : mi manca il tempo, che devo dare ai molti doveri che non ho adempiuto finora a punto per questa atonia che mi rende impossibile il far nulla altro che ordinare rime antiche; e mi manca anche il denaro; 2) Dell'impetrare da Cairoli altra destinazione, per chi tu sai, pensa bene di non incolparmene, perché non avresti ragione. Anzi tutti, a nome di chi mi devo fare avanti? Se quella persona non mostra desiderio di essere destinato altrove, ze non si fa vivo; io che ci entro?
Al tempo di Luigi XV e anche dei nostri consorti poteva essere naturale che uno fosse mandato qui anziché là perché cosi piaceva all'amante di sua moglie. Ma, oltre che io non ho autorità né influenza vera, io non moverò un dito, se ciò che non paia utile al tuo amico. Ti dico che non ho autorità; e te lo dimostro.
La Siciliani, mi pregò e ripregò perché raccomandassi un patriota, rovinato per l'Italia, a Cairoli, acciò s'interponesse con Seismit per fargli avere un posto nei dazi ecc.
Dopo tre mesi, il segretario mi scrive, acchiudendomi la risposta del Doda al Cairoli. Cairoli non aveva fatto che mandare la mia lettera al collega. Questi se n'era lavato le mani dicendo che non v'era posto.
E inutile; io non so né pregare né farmi ascoltare. Come vuoi che riesca a far mutare destinazione a un generale? Mi vien da ridere. Pure se il tuo amico crede utile che io mi adoperi, mi adopererò più caldamente che io possa. E ora ti prego anche una volta. Non prenderti a male di tutto questo. Compassionami invece, e credimi: credimi che non affetto tutta questa atonia, che non infingo questa mala disposizione, per scusare con te il mio disamore o altro. Io son fatto cosi. Non posso simulare né meno per gentilezza ora sono bestia, bestia, bestia; fammi la grazia di lasciarmi esser bestia finché succede un'altra metamorfosi o io crepi.
So che ti affliggo, e me ne dispiace; ma del resto non son reo d'altro verso di te. Addio. Scrivimi, ma non rimproveri.

Quando Giosue Carducci ( 1835 - 1907 ) conosce Carolina
Cristofori Piva ( Lidia ) ha trentasei anni, una moglie e due figlie, è professore universitario, poeta e studioso di fama. Lidia ha ventisei anni, è sposata e vive a Milano. La loro relazione dura dal 1872 al 1878.


 



 

 


 


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